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Sono allo studio delle misure per non deprimere l’economia più di quanto non sia. Per quanto la popolazione si stia dimostrando responsabile, non più tardi del 23 sera, al tg di Mentana, Milena Gabanelli attribuiva agli italiani una endemica irresponsabilità, “prova ne sia” dice “l’aumento dei contagi”. L’irresponsabilità collettiva è il nuovo snobismo di massa o d’elite?


Il tema del dopo comincia a imporsi nella forma dei discorsi sul fatto che l’epidemia cambia tutto. L’Europa migliorerà, gli Stati capiranno, gli USA si daranno un welfare? Comunque “qualcosa deve cambiare”. Il contagio, come ogni febbre, porta l’idea che – passata la nottata – sarà un altro giorno. Così, semplice e tautologico. Se non si muore, l’epidemia passa lasciando, come si direbbe in una pubblicità, una pelle più liscia sul volto del mondo. Ai sopravvissuti si apre solitamente il deserto, come dopo le devastazioni della guerra. Nel deserto bisogna orientarsi a ogni momento, senza punti fissi, ognuno è solo.

Qual è ad esempio la verità sulla letalità del covid-2? La confusione collettiva su questo punto (che ovviamente ha una sua tecnicalità sviluppabile solo in un secondo tempo) è la confusione sulla salvezza. Nessuno sa come ci si salva. E senza prospettiva di salvezza non è possibile la solidarietà.

Se ogni anno muoiono “con” l’influenza in media 8mila persone, con picchi di 12 mila (come dice l’ISS), perché “con” il covid-2 dovrebbero morirne meno? Anzi, se è peggio dell’influenza ne possono morire anche il doppio. A questo aggiungiamo che in Italia c’è più di un terzo della popolazione sopra i 65 anni e otteniamo un quadro terribile. Qui, più che l’impreparazione (per essere preparati a questo avremmo dovuto essere impreparati per altre cose, per essere preparati a questo avremmo dovuto trasformare questo paese in ospedale…), il tema è la longevità acquisita, che si rovescia nella fragilità prolungata dell’organismo.

Le tesi pessimistiche quindi potrebbero essere tre: oltre quella ambientalista (che trova la causa nella umana devastazione dell’ecosistema) e quella politica (il disinvestimento dal SSN), c’è quella essenzialistica, che trova la causa nella tecnica, rea d’aver esteso troppo e inutilmente la vita umana.

Si arriva impreparati a certi eventi e bisogna accettarli. Non passivamente, ma non certo illudendosi di invertire un corso segnato. Anche con condizioni migliori, un’epidemia o una pandemia sono sempre livellatrici (in questo la relazione con la guerra, la rivoluzione o la carestia).

L’assalto agli acquisti è rivelatore. Più che assalto è un acquisto compulsivo. Cioè, in certe situazioni si risponde in maniera automatica. Comprare il cibo significa temere una carestia, ma cosa c’entra in questo quadro la carta igienica (specie dai media statunitensi arrivano immagini di questo tipo)? Forse c’è un criterio di economicità: nel caso in cui si debba razionare l’acqua, la carta igienica è più pratica per pulirsi. Questo principio vale anche durante una carestia, perché per quanto poco si mangia, comunque si evacua e bisogna pulirsi. Quindi l’azione in sé è razionale, se solo non avesse nulla a che vedere con la situazione concreta: quanto a lungo si deve aver ponderato su un’epidemia di polmonite virale per sapere che la carta igienica può essere un bene prezioso nel caso lontano e catastrofico di una carestia con carenza idrica? Più che una lunga meditazione, questi acquisti si presentano nella tipica concatenazione dell’atto automatico: virus-carestia-carta igienica.

Questa catena si presenta però incompleta. Come si passa dal virus alla carestia? Il passaggio principale è l’acquisto di armi. Perché, specie oltre oceano, l’acquisto compulsivo da armi denota l’idea che, col contagio, potrebbe venir incrinato l’ordine costituito. A questo punto, se si ipotizza questo, si arriva facilmente a ipotizzare la carestia… dove la carta igienica trova improvvisamente il suo castone ideale. Abbiamo così un’ulteriore concatenazione: virus-collasso sociale-carestia-acquisti compulsivi di cibo, armi e carta igienica.

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