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L’incrocio fra sicurezza e libertà? La libertà di rimanere chiuso per difendersi e difendere. La riscossa dei leoni da tastiera: finalmente sul divano a difendere la patria.

Si pone il dilemma: sarà libero l’individuo di ammalarsi? No: l’imperativo morale è non nuocere agli altri, non interrompere l’immunità di gregge.

Il gradiente metafisico del contagio è che inchioda chiunque al suo status di “gregge”. Il virus ti ricorda fino a che punto ti sei illuso di essere un atomo solitario, mentre sei la particella di un aggregato di cui non scorgi nemmeno il confine.

La paura del contagio crea da sé non tanto il sospetto – come, poniamo, potrebbe fare la presenza di un serial killer in un certo territorio – quanto il senso di responsabilità, e con esso il soggiacente giudizio di valore.

La realtà del contagio, il contactless diventa il confine tangibile su cui tarare un corredo di regole. Chi non ha la mascherina e i guanti è sospetto, chi rimane in casa non è sospetto. Così, a poco a poco, la responsabilità diventa obbedienza: l’elemento individuale della responsabilità viene necessariamente esteso alla realtà di gregge che richiede l’obbedienza. Come se, rimanere all’interno del contactless, producesse gli stessi effetti di un cerchio di sale contro i demoni.

La connotazione magica del contagio rende tutti parte di un rituale di purificazione in cui non si può improvvisare. (Vedi il caso di Gaia Tortora, il 18 marzo 2020).

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